Le malattie delle api: conosciamo i rimedi biologici

Per riuscire a contrastare efficacemente le malattie delle api è necessario che l’apicoltore metta in atto alcune tecniche fondamentali, come il corretto posizionamento delle arnie, il mantenimento di famiglie forti o il rinnovo periodico dei favi da nido. Tuttavia anche le api, come qualsiasi essere vivente, sono soggette a diverse patologie di natura parassitaria, batterica, virale e micotica. Spesso sono proprio alcune pratiche come il nomadismo e il commercio apistico a favorire la diffusione degli agenti patogeni.

La malattia maggiormente diffusa e temuta dagli apicoltori è la Varroasi, patologia di tipo parassitario, causata dall’acaro Varroa destructor, facilmente riconoscibile anche a occhio nudo per la sua colorazione bruno-rossiccia e le dimensioni tra 1 e 2 mm. Questo parassita si annida e riproduce nelle celle di operaia e fuco e si alimenta suggendo la linfa vitale delle larve e pupe, causandone la morte o gravi malformazioni. La cura della Varroasi avviene convenzionalmente attraverso l’utilizzo di prodotti chimici antiparassitari, che rischiano però di persistere all’interno dell’alveare e di essere incorporati nella cera. Perciò è consigliabile utilizzare acaricidi con composti naturali, come gli acidi organici: si tratta dei prodotti oggi più usati, per la loro efficacia nel trattamento di pulizia dell’alveare in assenza di covata, quindi generalmente nel periodo invernale. Ma anche durante la stagione attiva, per la loro formula a lento rilascio, questi acidi possono garantire una concentrazione utile a proteggere dalla varroa un intero ciclo di covata.

Un’altra grave malattia della covata è la Peste Americana, di natura batterica. Essa è dovuta al Bacillus larvae White, batterio sporigeno molto aggressivo, che attacca le piccole larve di api e lascia invece indenni le api adulte. Queste ultime ne diventano però il principale veicolo, infettando le larve col nutrimento pieno di spore e contaminandosi mentre ripuliscono le celle dalle larve ormai morte. In una famiglia contagiata, le spore del bacillo sono presenti ovunque: sul favo, sulle pareti dell’arnia, sul miele; in particolare, possono resistere sui vecchi favi anche per 30 anni, sopportando notevoli variazioni termiche. L’infezione è facilmente riconoscibile per l’aspetto bruno e filamentoso delle larve colpite e l’odore sgradevole. Nell’apicoltura tradizionale si tentava di salvare le famiglie somministrando degli antibiotici come la Terramicina, il cui uso è però oggi vietato in tutta Europa, perché in grado solo di rallentare la malattia: in tal modo si rischia infatti di favorire l’insorgenza di ceppi resistenti e inquinare il miele.  La Peste Americana può quindi essere debellata solamente con la distruzione totale della famiglia, bruciando i telai e le api che li presidiano, disinfestando l’arnia e sterilizzando il materiale infetto. Altre tecniche come la messa a sciame possono del resto non sortire gli effetti desiderati. È comunque buona norma adottare delle pratiche preventive, come l’ispezione frequente e il rinnovo dei favi di covata o l’acquisto esclusivo di famiglie e materiali di origine certa.